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Diario
28 maggio 2007
VALERIO MAGRELLI:
"Ora serrata retinae"
Preferisco venire dal silenzio per parlare. Preparare la parola con cura, perché arrivi alla sua sponda scivolando sommessa come una barca, mentre la scia del pensiero ne disegna la curva. La scrittura è una morte serena: il mondo diventato luminoso si allarga e brucia per sempre un suo angolo.
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Il sesso apre vertigini nel corpo della donna e lo sguardo si accalca tra le sue ombre e ne soffre il pensiero. Il desiderio è questo fruttificare della commozione al limitare delle membra.
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Come terreno calpestato, risuona profondo, cavo e abbandonato come terra scossa, questo corpo chiaro di dona, come un animale battuto, questa schiena fatta lucida da mani silenziose, come pietra levigata dal corso d'altre pietre, senza profumo e senza voce, bocca consumata e debole come una pianta troppo usata, senza ombra, ovunque toccata, ovunque percossa, campo desolato senza erba e senza tracce, senza margini come la dolorosa immagine del cieco, nuda e sospesa, raccota nel cerchio della solitudine, questo è l'ultimo frutto dell'amore che per sè trattiene soltanto la disabitata povertà dell'osso.
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Domani mattina mi farò una doccia nient'altro è certo che questo. Un futuro d'acqua e di talco in cui non succederà nulla e nessuno busserà a questa porta. Il fiume obliquo correrà tra i vapori ed io come un eremita siederò sotto la pioggia tiepida, ma nè miraggi nè tentazioni traverseranno lo specchio opaco. Immobile e silenzioso, percorso da infiniti ruscelli, starò nella corrente come un tronco o un cavallo morto, e finirò incagliato nei pensieri lungo il delta solitario dello spirito intricato come il sesso di una donna.
***
Dieci poesie scritte in un mese non è molto anche se questa sarebbe l'undicesima. Neanche i temi poi sono diversi anzi c'è un solo tema e ha per tema il tema, come adesso. Questo per dire quanto resta di qua della pagina e bussa e non può entrare, e non deve. La scrittura non è specchio, piuttosto il vetro zigrinato delle docce, dove il corpo si sgretola e solo la sua ombra traspare incerta ma reale. E non si riconosce chi si lava ma soltanto il suo gesto. Perciò che importa vedere dietro la filigrana, se io sono il falsario e solo la filigrana è il mio lavoro.
| inviato da il 28/5/2007 alle 15:35 | |
17 maggio 2007
ALTRI VERSI.
Tempo perso
Davanti alla porta dell'officina l'operaio s'arresta di scatto il bel tempo l'ha tirato per la giacca e come egli si volta e osserva il sole tutto rosso tutto tondo sorridente nel suo cielo di piombo strizza l'occhio familiarmente Su dimmi compagno Sole forse non trovi che è piuttosto una coglionata offrire una simile giornata a un padrone?
I ragazzi che si amano
I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell'abbagliante splendore del loro primo amore
Jacques Prevert
To C. from C.
You, dappled smile on frozen snows - wind of March, ballet of boughs sprung on the snow, moaning and glowing your little "ohs"- white-limbed doe, gracious, would I could know yet the gliding grace of all your days, the foam-like lace of all your ways - to-morrow is frozen down on the plain you, dappled smile, you, glowing laughter
Cesare Pavese
| inviato da il 17/5/2007 alle 16:45 | |
12 maggio 2007
Wislawa Szymborska
Ogni Caso
Poteva accadere.
Doveva accadere.
E’ accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’ accaduto non a te.
Ti sei salvata perché eri la prima.
Ti sei salvata perché eri l’ultima.
Perché da sola. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei ? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.
| inviato da il 12/5/2007 alle 16:30 | |
2 maggio 2007
eccoci.
I miei amici
I miei amici
non mi cercano, non m’invitano a pranzo,
non mi telefonano mai;
non mi mandano auguri per Natale,
ma sono miei amici,
Non mi fanno regali,
non m’aiutano a vivere
con raccomandazioni o altre cose;
ma mi aiutano a vivere
perché sono miei amici.
Noi non c’incontriamo in piscina,
non combiniamo le vacanze insieme,
non facciamo progetti di lavoro.
Non ci portiamo scambievolmente le sigarette
né la busta del latte
quando l’altro è ammalato;
non ci raccontiamo i reumi e le tasse.
Non ci facciamo carezze d’amore
né di solidarietà
né di pietà.
Pure – bisogna dar credito
al prodigio; e la geometria
non è favola –
le nostre esistenze parallele
s’incontrano in un punto
all’infinito.
Marina Mariani
| inviato da il 2/5/2007 alle 9:3 | |
13 aprile 2007
appunti.
Quando si scrive una poesia, spesso si vuole dire qualcosa a qualcuno: cosa sia, quello che si vuol dire, in genere non si sa bene. Non sono notizie, ma sono anche notizie. Non sono messaggi privati, però certo la persona che scrive c'entra molto. Quanto ai destinatari, si possono ipotizzare persone contemporanee, ma anche persone vissute anni o magari secoli prima (raramente persone del futuro; il futuro, almeno per me, è troppo misterioso).
Per fare le poesie ci vuole coraggio. Perché sai che quello che stai scrivendo, altri l'hanno, scritto molto meglio di te. Non stai inventando niente. E allora giochi, cioè affronti il rischio. Il rischio è il nocciolo di ogni poesia. Per fare le poesie bisogna aver ascoltato, e guardato. Io quando posso vado in giro, ficco il naso dappertutto, m'impiccio di cose che non mi riguardano. Ma si può anche ascoltare quando non si sentono voci, e guardare quando è buio.
Per fare le poesie ci vuole pazienza. Perché a fare le poesie in genere si è in due, uno dice e l'altro critica. Questo però non so se è vero per tutti i poeti. Secondo me ci sono due tipi di poeti: quelli proprio bravi e quelli così-così. Quelli proprio bravi scrivono da soli, quelli così-così (io per esempio) devono sopportare quell'altra voce, venirci a patti ogni volta. Con pazienza.
Marina Mariani
| inviato da il 13/4/2007 alle 15:7 | |
11 aprile 2007
Samuel Beckett

rientrare
a notte
al tetto
illuminare
spegnere vedere
la notte vedere
incollato al vetro
Il viso
silenzio così che ciò che fu
prima non sarà mai più
dal bisbiglio lacerato
d’una parola senza passato
per aver troppo detto non potendone più
giurando di non tacere più
immagina se questo
un giorno questo
un bel giorno
immagina
se un giorno
un bel giorno questo
cessasse
immagina
ciascun giorno invidia
d’essere un giorno in vita
non certo senza scorno
d’essere nato un giorno
appena ben concluso
l’ultimo passo il piede
si riposa aspettando
secondo vuole l’uso
faccia l’altro altrettanto
secondo vuole l’uso
e porti così il peso
del davanti ancora
secondo vuole l’uso
almeno fino ad ora
da filastroccate (mirlitonnades)
| inviato da il 11/4/2007 alle 1:1 | |
6 aprile 2007
William Butler Yeats

Nasce nel 1865 a Sandymouth , in Irlanda, da una famiglia angloirlandese e protestante. Si iscrive, a Dublino, alla Metropolitan School of Art, ma presto abbandona gli studi artistici e si dà alla carriera letteraria. Pubblica le prime poesie sulla rivista dell'università, e contemporaneamente comincia a interessarsi di occultismo. Frequenta, a Londra, la Società teosofica di Madame Blavatsky. Nel 1889 si innamora di Maude Gonne , una donna attivissima per la causa nazionalista dell'Irlanda (per lei scriverà il dramma 'La contessa Cathleen), Ma sposerà molto più tardi George Hyde-Lees, una studiosa di dottrine misteriosofiche. Nel 1892 fonda la Società letteraria irlandese. E' costante, nella sua poesia, la ripresa di temi e leggende della cultura celtica. Vince il premio Nobel nel 1923 e viene nominato membro del Senato d' Irlanda . Del 1928 è "La torre", una delle sue raccolte più importanti. Trascorre gli ultimi anni, sempre molto attivo e produttivo, fra l'Italia e la Francia, dove, a Roquebrune-St.Martin, muore nel 1939.
UN MANTELLO
Feci al mio canto un mantello Coperto coi ricami delle antiche Mitologie, dai piedi fino al collo; Ma gli sciocchi Lo presero per loro, lo indossarono Davanti agli occhi del mondo Quasi che loro l'avessero cucito. Canzone, lascia pure Che se lo tengano, perchè Ci vuole più coraggio a camminare nudi.
da "Responsabilità" (1914).
UN AVIATORE IRLANDESE PREVEDE LA SUA MORTE
So bene che incontrerò il mio destino Da qualche parte, lassù fra le nuvole; Io non odio coloro che combatto, E non amo coloro che difendo: il mio paese Si chiama Kiltartan Cross, e i miei compaesani Sono i pezzenti di Kiltartan , e nulla può accadere Che possa menomarli , o che li possa Rendere più felici che in passato. Nè legge nè dovere mi costrinsero alla guerra, Non gli uomini politici, non le folle plaudenti, Un impulso di gioia solitario Mi guidò a questa furia fra le nuvole; Ho valutato ogni cosa, mi sono chiesto tutto, Gli anni avvenire mi parvero spreco di fiato, Uno spreco di fiato gli ani ormai passati, In equilibrio con questa vita, con questa morte.
da " I cigni selvatici a Coole" (1919).
LA' NEI GIARDINI DEI SALICI
Fu là nei giardini dei salici che io e la mia amata ci incontrammo; Ella passava là per i giardini con i suoi piccoli piedi di neve. M'invitò a prendere amore così come veniva, come le foglie crescono sull'albero; Ma io, giovane e sciocco, non volli ubbidire al suo invito. Fu in un campo sui bordi del fiume che io e la mia amata ci arrestammo, E lei posò la sua mano di neve sulla mia spalla inclinata. M'invitò a prendere la vita così come veniva, come l'erba cresce sugli argini; Ma io ero giovane e sciocco, e ora son pieno di lacrime.
da "Scorciatoie " (1889)
| inviato da il 6/4/2007 alle 17:38 | |
4 aprile 2007
Diego Armando Maradona

Nella dispensa vuota si cerca il colpevole. Madonne mai viste confortano i muri e il requiem del gocciolatoio è allo stremo.
Storie di vizio hanno pause sulla statale tra Rosario e Tucuman.
Al tramonto un padre senza paga ha pose da Generale.
Ma la maglia del Boca è appesa, come fosse il pastrano di Simon Bolivar. Ed è buon segno per il padre di Dieguito.
All'Argentinos Juniors i dirigenti hanno il battito a mille e i più rischiano l'infarto quando Diego è in palleggio.
I giornali della sera ipotizzano qualche cromosoma in più.
S'indaga nelle periferie.
"LA SOLITUDINE DELL' ALA DESTRA" di Fernando Acitelli Storia poetica del calcio mondiale Einaudi tascabili - stile libero - 1998. 220 pagine - £ 15.000
Anche il calcio ha ora il suo canzoniere: Fernando Acitelli ha raccontato 185 giocatori che hanno fatto la storia del calcio e di ognuno ha eseguito un ritratto in rapidi, efficacissimi versi. Si va dai dagherrotipi dei pionieri in mutandoni larghi alle foto gia' ingiallite dei protagonisti della Coppa Rimet alle nitide cartoline dei contemporanei. E' la storia poetica e struggente di un manipolo di eroi che hanno trovato , accanto all'album delle figurine Panini, un altro luogo , fatto di parole , per restare tra noi.
| inviato da il 4/4/2007 alle 17:42 | |
3 aprile 2007
eccoci qui.
Per fare le poesie ci vuole molto tempo. Moltissimo tempo. Bisogna perdere tempo: solo se il tempo lo perdi, qualche volta ti ritorna indietro nella forma di una poesia. Qualche volta succede, ma molto spesso no. Perdi tempo e basta. Si può fingere di fare qualcosa, mentre si sa che si sta soltanto perdendo tempo: io m'invento soprattutto che devo mettere ordine, eliminare oggetti inutili, liberare il tavolo; ma lo so che non è vero. Sto solo perdendo tempo.
Per fare le poesie c'è bisogno di tempo anche perché le parole che stanno dentro le poesie, e le compongono, devono essere proprio quelle: non è che ne puoi scrivere una a caso, come viene, così ti sbrighi. No, ci vuole proprio quella. E a volte per trovarla passano anni e tu ritrovi una poesia vecchia, che era rimasta incompiuta: e dopo tanti anni la trovi, la parola giusta. Insomma, le poesie sono oggetti di precisione.
Marina Mariani
SIA QUESTO IL VERSO
Mamma e papà ti fottono. Magari non lo fanno apposta, ma lo fanno. Ti riempiono di tutte le colpe che hanno e ne aggiungono qualcuna in più, giusto per te.
Ma sono stati fottuti a loro volta da imbecilli con cappello e cappotto all'antica, che per metà del tempo facevano moine e per l'altra metà si prendevano alla gola.
L'uomo passa all'uomo la pena. Che si fa sempre più profonda come una piega costiera. Togliti dai piedi, dunque, prima che puoi, e non avere bambini tuoi.
Philip Larkin (da : "FINESTRE ALTE" - traduzione di Enrico testa - Einaudi 1974).
LA STAZIONE
Il mio arrivo nella città di N. è avvenuto puntualmente.
Eri stato avvertito con una lettera non spedita.
Hai fatto in tempo a non venire all'ora prevista.
Il treno è arrivato sul terzo binario. E' scesa molta gente.
L'assenza della ia persona è avviata verso l'uscita tra la folla.
Alcune donne mi hanno sostituita frettolosamente in quella fretta.
A una è corso incontro qualcuno che non conoscevo, ma lei lo ha riconosciuto immediatamente.
Si sono scambiati un bacio non nostro, intanto si è perduta una valigia non mia.
La stazione di N. ha superato bene la prova di esistenza oggettiva.
L'insieme restava al suo posto. I particolari si muovevano sui binari designati.
E' avvenuto perfino l'incontro fissato. Fuori della portata della nostra presenza.
Nel paradiso perduto della probabilità. Altrove. Altrove
Che sonorità queste piccole parole.
Wislawa Szymborska
| inviato da il 3/4/2007 alle 8:47 | |
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